Archives for: December 2007
Primo Capitolo
[5]
Caro Adam,
non avercela con me se non rispondo subito alle tue email, lo sai che ho un rapporto difficile con le tecnologie. Ti scrivo quando posso e preferisco scriverti con calma, come si faceva quando non c’era internet e le lettere si spedivano per posta e passavano dei giorni prima di avere un riscontro dalla persona a cui avevi scritto. Era un altro mondo rispetto a quello di oggi, eppure sono passati poco più di vent’anni! Puoi immaginarti com’era la nostra vita senza internet e i telefonini? Quando avevo la tua età il computer l’avevo visto solo nei film e nei fumetti. Lo so, te ne ho parlato altre volte, ma è un argomento che mi piace condividere con te, che sei cresciuto con il computer, con internet e tutto il resto.
Ogni tanto penso che la mia generazione sia destinata a invecchiare rapidamente, più rapidamente di quelle precedenti, perché ci siamo trovati in mezzo alla rivoluzione digitale e anche se ci siamo attrezzati in fretta rimaniamo sempre un passo indietro a quelli nati dopo. Da quando ho finalmente una casa piano piano sto rimettendo in ordine tutte le mie cose, che prima erano sparpagliate da amici e parenti. Così ho ritrovato una scatola dove avevo chiuso le lettere più care, quelle che conservavo con affetto. Per anni ho scritto e ricevute lettere, con amici ed amiche che si trovavano lontano oltre, ovviamente, con le ragazze con cui avevo o speravo di avere una storia. L’ultima lettera che ho ricevuto è del 1995, dopo di allora solo qualche cartolina e brevi messaggi. Se le riprendo in mano oggi posso rivedere molte cose che sono successe e che avevo dimenticato. Mi chiedo come farete voi con le email. E come farò io, con le email? Ora che non ci sono le lettere le nostre comunicazioni sono sparpagliate in mille rivoli comunicativi, email, chat, sms, mms, e alla fine cosa rimane? Messaggi strappati, emozioni a bocconi. E’ per questo che PC non vuole avere un computer e nemmeno un telefonino. Io non sono radicale come lui, lui è un artista, ma credo che un po’ abbia ragione.
Mi ricordo l’emozione che provavo al mattino quando vedevo passare il postino e scendevo di corsa a controllare se c’era posta per me. Una lettera con su scritto il mio nome, magari da un paese lontano! E’ una sensazione che non ho più provato. Oggi entri nella casella della posta elettronica e vedi in evidenza le ultime email arrivate. Le apri, alcune con curiosità altre con l’indifferenza dell’abitudine, le leggi, a certe rispondi subito, altre le lasci per un momento di calma che spesso non arriva perché nel frattempo sono arrivate nuove email e finisci per dimenticarti di quelle a cui avevi promesso di rispondere. E magari, non ricevendo una tua risposta, qualcuno si costruisce un castello di paranoie. E’ un modo brutale di gestire le comunicazioni tra esseri umani.
Caro Adam, sono finito nei miei discorsi da matusa e non ti ho detto niente a proposito delle cose che mi hai raccontato, lo faccio con calma in questi giorni, non temere! Ho anche io delle novità sulla storia messicana di Valerio, ricordi che te ne ho parlato? Per oggi basta, invece di perdere tempo con le mie elucubrazioni ascoltati i due brani dei Wipers che trovi nel secondo cd che ti ho spedito. Sono tratti dal loro primo album. Lunga vita al rock'n'roll!
ZioEzio
- 26.12.07
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Primo Capitolo
[4]
Questa notte ho fatto un sogno assurdo. Di solito faccio fatica a ricordare i sogni, mi sveglio di colpo e puff!, in un attimo tutto è svanito. E’ una cosa che mi fa rabbia e non posso farci niente. Da quando sono arrivato in Messico, però, certe cose sono cambiate, sembra che la mia testa funzioni diversamente e mi capita anche di ricordare i sogni. Forse è il cibo, forse è l’aria, non so. In questo sogno c’era l’autista del bus che mi portava a scuola, l’autista che vedevo ogni giorno al mattino, ma il bus invece delle ruote aveva i pattini, e la strada era di ghiaccio. Io avevo paura perché un bus sui pattini non è una cosa normale, si capisce che è un incubo, ma mentre ci sei dentro non sai che è un incubo, credi sia la realtà e hai paura perché una realtà così fa paura a tutti anche se è solo un incubo o forse proprio per quello.
Il peggio però doveva ancora venire. All’autista non ero simpatico perché spesso dimenticavo qualcosa sul bus: l’ombrello l’ho dimenticato almeno tre volte in un anno, altre volte ho lasciato dei libri, un berretto e perfino il portafoglio, che mi era caduto di tasca. A lui dà fastidio che la gente dimentichi cose sul bus perché dopo deve portarle all’ufficio e perde tempo alla fine del turno. Insomma io avevo paura perché la strada era di ghiaccio e stavo sulle balle all’autista. La strada non si vedeva, fuori dal finestrino era tutto un orizzonte bianco, l’autista era agitato, guidava come un indemoniato, ogni tanto per fare una curva si alzava in piedi tenendo il volante come fosse il timone di una nave col mare in burrasca. Mentre faceva questo imprecava in una lingua straniera, una lingua strana, mai sentita. Urlava cose incomprensibili rivolte non so a chi, perché nel sogno c’eravamo solo io e lui.
A un certo punto si è girato verso di me, ha sorriso allargando la faccia come una pizza margherita, era pallido come edward manidiforbice, sudato e con gli occhi spalancati ma sorrideva, ha aperto la bocca e ha urlato questa frase, che non posso dimenticare: “mostla timottaskeh”. Non so cosa significhi, l’ha urlata e il suono di quelle lettere non lo posso dimenticare. Poi ha aperto la portiera ed è saltato giù in corsa, lasciandomi solo nel bus a pattini lanciato sulla strada di ghiaccio. Pensavo di morire, e forse sono morto veramente, ma solo nel sogno. Mi sono svegliato ed ero seduto sul letto.
- 19.12.07
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Primo Capitolo
[3]
Non so cosa pensare. Non so mai cosa pensare ma questa volta più delle altre.
Mi hanno portato a pattinare sul ghiaccio. A pattinare sul ghiaccio a Città del Messico? Proprio così. E’ stata un’idea di Miguel. Miguel è un collaboratore della società per cui lavora papà. In pratica gli hanno detto che c’è questo ragazzo italiano di 15 anni che è arrivato da poco e non conosce ancora nessuno. Miguel parla bene italiano perché durante l’università ha passato un anno a Roma. E’ per questo che hanno dato a lui il compito di farmi conoscere un po’ la città. Non so cosa sa di me, ma è meglio così. Mi ha detto: ti va di andare a pattinare? Ma io non so pattinare. Mi piace andare in bici, perché non andiamo in bici?, gli ho risposto. Ma come non sai pattinare? Non vieni dal nord Italia, dove ci sono le Alpi? Sì, ma, io non so pattinare, non so nemmeno sciare.
Mi ha spiegato che a Città del Messico hanno costruito la più grande pista di pattinaggio su ghiaccio del mondo. Si trova nella piazza principale della città, la plaza de la Constitucion, che tutti chiamano El Zocalo. Può contenere 1200 persone, una marea di gente. A Miguel è sembrata un’idea simpatica. E’ un po’ come quando vai in un paese straniero e ti portano a mangiare la pizza. Lui ha pensato che pattinare sul ghiaccio mi avrebbe fatto sentire a casa. Mi è sembrata un’idea assurda, ma non gliel’ho detto. Papà mi ha chiesto di essere gentile con le persone di qui. Dice che mi ha tolto da quella scuola che odiavo e gli devo essere grato. Un po’ ha ragione. Ho voluto io venire in Messico per scappare da quel posto, e sono felice di esserci, anche se per adesso mi sembrano tutti matti. Una pista di ghiaccio? Ma se ci sono 22 gradi e si va in giro con le maniche corte! Però se penso alle cose che succedono in Italia non mi sembra così strano.
Siamo arrivati nella piazza, che è veramente immensa, e ci siamo messi in fila. C’era una fila lunghissima ma nessuno si lamentava, anzi sembravano tutti contenti di buttarsi sul ghiaccio e provare a scivolare. Ho visto ragazzi e ragazze della mia età, Miguel mi ha detto che molti marinano la scuola per venire a pattinare al Zocalo. Mi sono stati subito simpatici, però qualcuno mi guardava un po’ strano, sarà per via dei capelli chiari e ricci o del modo di vestire, boh. Non so, mi sentivo osservato in Italia e mi sento osservato anche qua. E’ per questo che di solito sto bene da solo, perché così non devo essere osservato da nessuno. Ma ora sono qua e magari le cose cambieranno. Spero.
La pista è gratuita, anche i pattini sono gratuiti. Dopo un’ora di coda siamo arrivati alla pista e ci hanno dato i pattini. Sulla pista c’era un bel casino: gente che rideva, gente che chiamava altra gente, le urla di chi cadeva. Mai visto niente di simile. Io ero così assorto nel guardare la gente che mi sono dimenticato di dover pattinare. Un signore gentile con una giacca bianca mi ha aiutato a partire, cioè mi ha dato una piccola spinta in avanti. Sono degli istruttori, mi ha detto Miguel. I pattini sono una cosa tremenda, è impossibile stare in piedi. Sono volato giù almeno tre volte nei primi dieci minuti. Ma non era solo colpa mia, gran parte di quelli che pattinavano erano imbranati come me. Dopo venti minuti ero così sudato che volevo fare un buco nel ghiaccio per bagnarmi un po’, ma ho pensato che mi avrebbero preso per un pazzo, come succedeva a scuola, e allora ho cambiato idea.
Mi sono divertito. Questa città è un trip, come direbbe lo zio Ezio. In Internet c’è anche un filmato dove mi potete vedere. Se state attenti, a un certo punto compare uno con la maglia gialla con un fiore verde sul davanti, lo vedete perché è steso sul ghiaccio e la telecamera passa proprio lì davanti. Quello sono io. Cliccate qui
Primo Capitolo
[2]
Caro Adam,
Al telefono non sono molto bravo, così ti scrivo. Comunque parlarsi per qualche minuto è stato utile, ho capito che stai meglio e questo mi fa stare più sereno. Mi hai detto che sei ancora spaesato e ti capisco, quello è un paese grande, la città è immensa, ma avrai tempo per imparare molte cose e sono sicuro che ti divertirai. Per quando verrò a trovarti potrai farmi da guida!
Ti ricordi di Valerio, quel signore con la pancia che sporge, la testa pelata e gli occhiali con la catenella? E’ quello che alla Festa di Primavera è salito sul palco e ha raccontato una barzelletta in tedesco e si è pure arrabbiato perché nessuno ha riso. Ovviamente nessuno aveva capito un’acca di quello che aveva detto. Gliel’ho spiegato ma mi ha risposto che sono tutti maleducati. “Questi tedeschi sono maleducati”, ha detto. Ma qui non siamo in Germania, ho cercato di dirgli, ma non aveva voglia di ascoltarmi. Certe volte mi sfugge il senso del mio lavoro. Comunque non è sempre così, Valerio. Fra le persone che vivono nella comunità psichiatrica è uno dei più socievoli e simpatici. Gli avevo raccontato di te, del mio nipote in Messico, perché so che gli piacciono i viaggi e i racconti di posti lontani. Sul momento non mi aveva fatto domande, ma oggi, appena sono arrivato, mi è venuto incontro e ha detto che voleva parlarmi. Ci siamo seduti sulla panchina sotto il porticato, si è acceso una sigaretta, dallo zaino che porta sempre con sé ha tirato fuori il suo quaderno, un quaderno che di solito non vuole fare leggere a nessuno, ha aperto una pagina e me l’ha mostrata. Incollata alla pagina c’era la foto in bianco e nero di una ragazza sui vent’anni, un primo piano, probabilmente una foto tessera. Aveva un viso semplice e lo sguardo ingenuo delle ragazze di paese degli anni sessanta. Gli ho chiesto chi era. “E’ Regina, mia cugina Regina”, mi ha detto. Poi ha abbassato lo sguardo ed è rimasto in silenzio.
“Valerio, cosa dovevi dirmi?”.
“Secondo te Regina è in Messico?”.
“E perché dovrebbe essere in Messico?”.
“E’ partita negli anni sessanta e non è più tornata. Ha preso una nave per attraversare l’oceano”.
“Ma può essere andata in molti paesi, l’America è grande, perché pensi sia andata proprio in Messico?”.
“Non lo so, ma se vai là potresti cercarla, mi fai questo piacere?”.
“Va bene, se ci vado la cercherò, ma devi raccontarmi qualcosa di lei. E anche di te. Di tutti quelli che sono qua dentro sappiamo molte cose, ma di te sappiamo poco. Perché non mi racconti di quando vivevi in Germania?”.
Valerio si è alzato, ha rimesso la sigaretta fumata per metà nel pacchetto, e se n’è andato.
- 02.12.07
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